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NON BISOGNA ASPETTARE IL MOMENTO GIUSTO

Questo articolo potrebbe davvero durare poche righe. Potrei chiuderla qui, rispondere in una sola frase e andare a pranzo sereno, senza bisogno di tutto il resto.


 La domanda è sempre la stessa, ossessiva, ricorrente, quasi rassicurante nella sua semplicità:
perché non aspettare il momento giusto per entrare nel mercato?


Perché non sappiamo quando sia il momento giusto.


Già qui l’articolo potrebbe finire. Il problema è che quella frase, da sola, non basta a convincere nessuno. Perché nella testa di chi investe,o vorrebbe farlo, il momento giusto esiste eccome. Basta solo individuarlo. E allora iniziano le domande vere, quelle che sembrano intelligenti, razionali, quasi scientifiche.


Come si determina il momento giusto?


Dopo un calo del 10%? Del 20%? Dopo una crisi? Dopo una recessione annunciata al telegiornale? Quando tutti hanno paura? Quando i mercati crollano? Quando “stavolta è diverso”?


Proviamo a usare un esempio concreto, che è sempre il modo migliore per smontare le illusioni.
Torniamo a fine 2023. I mercati erano tornati sui massimi. Clima incerto, tassi alti, guerre, inflazione appena rientrata. Era il momento giusto per entrare? A leggere i titoli dei giornali, assolutamente no. A sensazione, nemmeno. La maggior parte delle persone avrebbe detto: “aspetto, prima o poi scenderà”.


Con il senno di poi, però, sappiamo tutti com’è andata. Chi è rimasto fuori in attesa del famoso “momento giusto” oggi probabilmente se ne pente. Perché quel momento perfetto non è arrivato quando lo si aspettava.


Allora spostiamo l’asticella.
Aspettiamo un bel calo serio, diciamo almeno un -20%. Perfetto. Arriviamo ad aprile 2025, dopo una correzione importante. Finalmente il mercato scende, finalmente succede quello che aspettavamo. Entriamo lì. Scelta razionale, disciplinata, apparentemente impeccabile.


E cosa succede dopo?
Da quel punto il mercato rimbalza di circa il 30%. Ottimo, verrebbe da dire. Peccato per un dettaglio non trascurabile: tutto il rendimento perso restando fuori dal 2023 fino a quel momento. Un costo enorme, spesso molto più grande del beneficio ottenuto “entrando bene”.


Ed è qui che cade il castello di carte del market timing.


Perché non solo è impossibile individuare con certezza il minimo, ma nel frattempo si rinuncia alla parte più importante del rendimento: il tempo passato nel mercato.


Nicolò hai tirato in ballo l’unico esempio a tuo favore, nominamene altri.


Perfetto, allarghiamo il campo allora. E facciamolo con un esempio che, sulla carta, è nettamente a favore di chi aspetta il momento giusto.


Prendo in prestito un esperimento raccontato in Just Keep Buying di Nick Maggiulli (lettura consigliatissima, davvero una bomba), proprio perché non lascia spazio a interpretazioni o scappatoie mentali.


L’idea è semplice e mette a confronto due strategie molto comuni.


La prima è la più noiosa, lineare e sottovalutata di tutte: 

il dollar cost averaging, il classico piano di accumulo.
Ogni mese si investono 100 euro, senza fare previsioni, senza guardare grafici, senza chiedersi se “adesso è troppo alto”. Cento euro, punto.


La seconda è la strategia che tutti sognano di applicare: 

la strategia dell’acquisto al ribasso.
Qui non si investe subito. Si risparmiano 100 euro al mese e si entra sul mercato solo quando “conviene”. E per rendere l’esperimento il più onesto possibile, anzi, iper-favorevole a questa strategia, Maggiulli fa una concessione enorme.


Diventiamo onniscienti.


Non solo compriamo durante i ribassi, ma compriamo sempre nel punto migliore possibile.
Sappiamo esattamente quando il mercato ha toccato il minimo tra due massimi storici. Zero errori, zero esitazioni, zero falsi segnali. Il sogno proibito di chiunque faccia market timing.

In pratica, stiamo regalando alla strategia del “aspetto il momento giusto” un superpotere che nel mondo reale non esiste.


Le regole del gioco sono chiare:
non si entra e si esce dai titoli, una volta acquistati vanno detenuti per almeno 40 anni, scegliendo un qualsiasi periodo compreso tra il 1920 e il 1980 sul mercato azionario americano, S&P 500.


A questo punto la domanda è inevitabile:
quale strategia scegliete?


A rigor di logica, l’acquisto al ribasso dovrebbe vincere a mani basse. Compra nei momenti migliori, entra ai prezzi più bassi possibili, sfrutta ogni crollo come un’occasione d’oro.


E invece no.


Quando si applica davvero questa strategia sui dati storici, emerge un risultato piuttosto scomodo:
l’acquisto al ribasso sottoperforma un normale piano di accumulo in oltre il 70% dei casi su periodi di 40 anni tra il 1920 e il 1980.


Com’è possibile?


La risposta è meno intuitiva di quanto sembri. La strategia del ribasso funziona molto bene… quando i grandi crolli avvengono. Il problema è che i crolli di mercato non sono eventi frequenti. Per fortuna, verrebbe da dire. Il mercato passa la maggior parte del tempo a salire, a fare nuovi massimi, a muoversi in modo imperfetto ma progressivo.


Chi aspetta il grande ribasso passa quindi lunghi periodi con il capitale fermo, fuori dal mercato, mentre il tempo, che è il vero motore dei rendimenti, scorre senza lavorare.


E c’è un altro dettaglio non da poco. Nell’esperimento ci veniva data l’onniscienza, nella vita reale non l’abbiamo e se ci sbagliamo di qualche mese a scegliere il “momento giusto” ecco che dal 30% di possibilità di battere il mercato scendiamo al 3%.


Che cosa significa tutto questo, in concreto?


 L’esperimento mostra una cosa piuttosto scomoda da accettare: anche in presenza di informazioni perfette, la strategia di acquisto al ribasso tende a sottoperformare un semplice piano di accumulo. E qui parliamo di uno scenario irreale, quasi fantascientifico, in cui si conoscono in anticipo i minimi di mercato.


Tradotto nella vita reale, il messaggio è ancora più chiaro. Accumulare liquidità con l’idea di comprare “al prossimo minimo” porta molto spesso a risultati peggiori rispetto a investire appena possibile. Non perché il ribasso non sia una buona occasione in sé, ma perché l’attesa ha un costo enorme, anche se invisibile.


Quel costo è il tempo.


A forza di aspettare il calo perfetto si corre un rischio concreto: non vederlo mai. Nel frattempo il mercato continua a salire, magari lentamente, magari a scatti, e ogni mese passato fuori è un mese in meno di crescita composta. Mesi che diventano anni. Anni che diventano migliaia, decine di migliaia di euro di differenza sul lungo periodo.


Il paradosso è che si resta fermi per “non sbagliare ingresso” e si finisce per commettere l’errore più grande di tutti: non entrare.


E allora il punto non è indovinare il momento giusto, ma accettare che il momento giusto, molto spesso, è semplicemente adesso. Il piano di accumulo funziona proprio perché rinuncia all’illusione del controllo totale e sfrutta l’unica variabile che gioca sempre a nostro favore: il tempo.


Chiudo con una frase che riassume tutto meglio di mille grafici:
 “Se nemmeno Dio riesce a battere il piano di accumulo, come potremmo riuscirci noi?”